giovedì 13 ottobre 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE, FACCIAMO UN PO' DI CHIAREZZA

Il dibattito politico di questi giorni è tutto focalizzato sul referendum costituzionale del 4 dicembre, quando gli italiani saranno chiamati alle urne e scegliere se promuovere o bocciare la riforma costituzionale tanto cara al governo Renzi.
Come sempre accade nel dibattito politico italiano, si procede a slogan, insulti e ricorsi, dei contenuti si parla poco ed ancora oggi tanti italiani non conoscono cosa effettivamente cambia questa riforma.
In questo post cercherò di fare un po' di chiarezza.

1. La riforma costituzionale in breve

Uno degli scopi dichiarati dal ministro Boschi e da Renzi per questa riforma è il superamento del bicameralismo perfetto, al fine di semplificare l'iter legislativo. Le camere del Parlamento continueranno ad essere due, ma cambieranno le funzioni e sarà profondamente modificato il Senato della Repubblica.
Il Senato della Repubblica sarà composto da soli 100 senatori, non più eletti direttamente dal popolo. Saranno chiamati al Senato 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 senatori di nomina presidenziale. I senatori scelti dal presidente della Repubblica saranno in carica per tutti i sette anni del mandato del presidente stesso, Come senatori a vita restano solo gli ex presidenti della Repubblica. Gli altri senatori resteranno in carica finché durerà la loro carica regionale o cittadina.
Ai senatori non sarà riconosciuta indennità, percepiranno solo quella relativa alla loro carica regionale o locale. Sarà valida per loro invece l'immunità parlamentare finché saranno in carica.
Cambia radicalmente, insieme al Senato, anche l'iter delle leggi. A parte una serie di eccezioni, le leggi saranno votate solo dalla Camera. Dopo l'approvazione di una legge alla Camera, il Senato avrà 10 giorni di tempo per richiedere di esaminarla e perché tale richiesta sia valida dovrà essere presentata da un terzo dei suoi componenti. Una volta ottenuto di poter esaminare la legge, il Senato avrà 30 giorni di tempo per presentare proposte di modifica della stessa e perché le proposte siano valide dovranno essere votate a maggioranza assoluta. Le modifiche proposte dal Senato potranno però essere bloccate dalla Camera con un voto a maggioranza assoluta dei suoi componenti.
I giudici della Consulta di nomina parlamentare saranno 3 per la Camera e 2 per il Senato. Cambia anche il quorum per l'elezione del presidente della Repubblica: nelle prime tre votazioni resta i 2/3 dell'assemblea, alla quarta si abbassa ai 3/5 dei componenti dell'assemblea e dalla settima basteranno i 3/5 dei votanti. Nel periodo tra l'elezione di un Capo di Stato e l'altro, l'incarico ad interim sarà ricoperto dal presidente della Camera, non più da quello del Senato.
Al regolamento della Camera si attribuisce poi la definizione di una disciplina dello statuto delle opposizioni.

Cambiano anche le regole per la presentazione di una legge di iniziativa popolare, non basteranno più 50.000 firme per presentarla, ce ne vorranno 150.000. La riforma stabilisce poi che la deliberazione della Camera debba avvenire entro tempi certi e passaggi definiti dai regolamenti parlamentari. 
Il referendum istituisce anche i referendum propositivi, le cui modalità dovranno essere regolamentate attraverso apposite leggi varate dalle Camere.

Nella riforma viene anche modificato il Titolo V della Costituzione. Vengono in pratica ridisegnate le competenze di Stato e Regioni. Le politiche ambientali, la gestione di porti e aeroporti, i trasporti, la produzione e la distribuzione di energia, le politiche per il lavoro e per la sicurezza sul lavoro, saranno nuovamente di competenza statale.

La Riforma infine elimina le Province quali enti costituzionalmente necessari e dotati di funzioni amministrative proprie. Viene eliminato anche il CNEL (Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro) che oggi ha il compito di pronunciarsi in merito a leggi su economia e lavoro. In realtà il CNEL avrebbe oggi anche funzioni legislative, potrebbe cioè proporre leggi sulle materie sopra citate, ma tale funzione nell'intera storia della Repubblica l'ha esercitata solo 14 volte e le sue leggi non sono mai state approvate dal Parlamento.

2. Giudizio sulla riforma

Uno dei motivi secondo cui questa sarebbe una buona riforma a detta del duo Renzi-Boschi è che provvede alla semplificazione dell'iter legislativo. In realtà basterebbe leggere il testo della riforma, il mio resoconto o anche quello di qualcun altro per capire che l'effetto della riforma sarà l'esatto opposto.
Oggi la Camera approva una legge, poi questa va al Senato. Se il Senato la approva senza modifiche, va dal Capo di Stato, altrimenti torna a rimbalzare tra le due camere finché non viene votata senza modifiche da entrambe. Molti denunciano come dispersiva tale procedura, ma quando le leggi sono state condivise sono passate anche in tempi brevi. Il problema è che sono sbagliati i politici, che non riescono a creare un dibattito serio e costruttivo intorno ad un ddl, non la procedura che invece serve a garantire che tutti possano esprimersi anche sulla più piccola modifica (chiamasi democrazia).
Tornando alla riforma, l'iter che crea sarà molto più complessa. La Camera approverà una legge, poi alcune di queste andranno direttamente al Senato, altre invece saranno mandate solo in lettura e il Senato avrà 10 giorni di tempo per presentare una richiesta di esame, perché tale richiesta sia approvata dovranno essere già d'accordo un terzo dei senatori (circa 34). Ottenuto di poter esaminare la legge, il Senato avrà 30 giorni per modificarla, ma le modifiche saranno valide solo se votate dalla maggioranza assoluta dei senatori. Dopo la pronuncia del Senato, la Camera potrà bloccare le modifiche con un voto a maggioranza assoluta.
L'iter legislativo con la riforma non diventa più semplice, sarà molto più contorto. 
Facendo poi anche un ragionamento più approfondito, ci si accorge che tale iter riduce anche il potere del popolo. Innanzitutto al Senato andranno persone non elette dal popolo italiano. I senatori saranno presi da rappresentanti locali eletti per svolgere altre funzioni e magari anche in altri periodi, con altre logiche perché poi non in tutte le regioni si presentano gli stessi partiti, inoltre sappiamo che nelle elezioni locali aumenta il peso del voto di scambio. 
Non bisogna poi dimenticare che il Senato avrà tempi stretti per esaminare e modificare una legge (30 giorni, più 10 giorni per leggerla e decidere se esaminarla), considerando che sarà composto da rappresentanti locali che ovviamente avranno altri impegni lontano da Roma, diventa difficile immaginare il raggiungimento dei numeri necessari perché le modifiche siano approvate. La riforma crea un doppio rischio: da un lato si rischia di avere rappresentanti locali più lontani dal territorio che amministrano, dall'altro si rischia di avere senatori sempre assenti alle riunioni ed un Senato quindi senza più senso di esistere.

Il potere del popolo questa riforma non lo riduce soltanto svuotando di senso il Senato, viene dato un duro colpo alle leggi di iniziativa popolare. Il numero di firme necessarie per la presentazione di una legge di iniziativa popolare salirà da 50.000 a 150.000, numero difficile da raggiungere per chi non ha partiti alle spalle. 

Un altro serio dubbio che viene pensando alla riforma costituzionale è la sua legittimità. Lasciando perdere le polemiche sulla legittimità di Renzi premier, che costituzionalmente parlando può stare lì (l'ha nominato il presidente della Repubblica), non dobbiamo però dimenticare che il Parlamento è stato eletto con il Porcellum, legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta. In un paese serio, un Parlamento del genere avrebbe dovuto lavorare solo per costruire una seria riforma elettorale, poi si sarebbe dovuti andare nuovamente alle elezioni e solo i nuovi parlamentari, eletti in conformità con la Costituzione, avrebbero potuto mettere mano alla riforma costituzionale.

Un altro tema scottante relativo alla riforma è quello dell'immunità parlamentare. L'Italia è uno dei paesi più corrotti d'Europa, negli ultimi anni proprio presidenti e consiglieri locali hanno amministrato la cosa pubblica per arricchirsi e fare affari (ricordiamoci di Formigoni e le sue ricevute scomparse, o dei vibratori rimborsati dallo Stato), è legittimo perciò avere dubbi sull'opportunità di regalare l'immunità parlamentare ad amministratori regionali e locali. Un Governo serio combatterebbe la corruzione abolendo l'immunità parlamentare, o applicandola davvero solo in caso di fumus persecutionis, invece Renzi la estende a quelli che forse sono al momento i funzionari più corrotti del nostro paese. Se non è disonestà, è almeno poca voglia di trasparenza.

A destare perplessità sulla riforma è poi il suo abbinamento con l'Italicum, la nuova legge elettorale voluta sempre da Renzi. Abbinando Italicum e riforma viene fuori infatti un paese con un governo legittimato a fare ogni cosa. Facendo l'esempio con i voti delle ultime elezioni, dove di fatto il PD finì avanti per una manciata di voti, dopo l'approvazione di Italicum e riforma costituzionale il PD si troverebbe con una maggioranza assoluta alla Camera che non ha alcun riscontro nel paese reale, con un Senato inesistente, potrebbe quindi fare quel che gli pare pur non avendo consenso popolare. Credo sia ovvio che in un paese democratico una situazione del genere sarebbe inaccettabile, se il paese è spaccato in tre la politica deve imparare a mediare, non deve cercarsi il modo di andare avanti di prepotenza. 

Il Governo cerca di aumentare il proprio potere così come ci provò Berlusconi anni fa. La tattica è quella di mettere insieme temi cari alla pancia del popolo come la riduzione del numero dei parlamentari, degli enti e dei costi della politica, con modifiche che diano più poteri nelle mani di chi governa. Il potere tenta di conservare sé stesso, viene venduta come maggiore governabilità il potere assoluto dato nelle mani di chi vince le elezioni. Come Berlusconi anni fa, Renzi ci vende a caro prezzo la riduzione (minima) dei costi della politica, giocando anche sul fatto che la gente teme molto meno Renzi di quanto temeva Berlusconi, sbagliando enormemente.

3. Il dibattito sulla riforma

Come già detto prima, in Italia il dibattito politico sfocia sempre in litigi e rissa. Questo non sta facendo eccezione.

Il Governo sta investendo molto sulla comunicazione, visti i sondaggi che lo davano in svantaggio. Se all'inizio Renzi aveva pensato di buttare la consultazione sul "o con me, o contro di me", imitando ancora una volta Berlusconi, ora sta cambiando radicalmente linea, consapevole di non godere di grande consenso tra il popolo. Lui e la Boschi si sono lanciati in un vero e proprio tour, tra tv e dibattiti vari non manca mai qualcuno a difendere il SI e la riforma. 
Alle strategie di comunicazione il fronte per il SI sta unendo i giochi d'astuzia. Il primo è il quesito stesso del referendum, che specifica bene come la riforma porti "la riduzione del numero dei parlamentari" e dei costi della politica. Sia chiaro che non c'è nulla di illegale e probabilmente il ricorso presentato da M5S e Sinistra Italiana sul quesito lo perderanno, però resta un metodo quantomeno poco neutrale di presentare un quesito al popolo, sarebbe bastato elencare gli articolo cambiati dalla riforma.

Molto più ricco e variegato politicamente è il fronte del NO. Al M5S, Forza Italia, Sinistra Italiana e Lega Nord, che hanno raccolto il numero di deputati necessari per indire il referendum, si è ufficialmente unita la minoranza dem, cioè quella parte del PD apertamente avversa a Renzi. 
Nonostante la riforma a detta di molti sia negativa, e nonostante anche a mio parere siano evidenti le motivazioni che portano a tale giudizio, il fronte per il NO sta riuscendo a farsi del male da solo. Vedendo i vari dibattiti elettorali, a parlare del NO vanno spesso personaggi come Brunetta e Salvini che non hanno alcuna credibilità politica e che spesso fanno anche brutta figura parlando per slogan e puntando più ad offendere che a spiegare. Purtroppo si tratta di un fronte politico agitato, formato da personaggi che lottano disperatamente per emergere e che usano quindi il referendum per darsi visibilità. Salvini aspira da tempo a guidare il centrodestra e quindi oscurare Berlusconi, Brunetta si batte perché Forza Italia non muoia schiacciata proprio dalla Lega.
Discorso a parte lo merita la minoranza dem. Paladino del NO è diventato Massimo D'Alema, che è il motivo principale per cui Renzi prese il 40% alle europee. Chi votò Renzi allora si lasciò affascinare dal suo richiamo alla rottamazione, quindi voleva che il PD si liberasse di gente come D'Alema. Schierare un personaggio come Massimo D'Alema a difesa del NO servirà solo a compattare gli elettori "fedelissimi" di Renzi e convincerli una volta di più a votare SI.
Il M5S, come sempre fa, conduce la sua campagna referendaria portando i suoi portavoce (sempre gli stessi due-tre) tra la gente. In crisi di credibilità a causa dei disastri nella formazione della giunta di Roma, il movimento sta usando proprio il referendum per continuare a presentarsi come il nuovo onesto che combatte contro il vecchio disonesto. Purtroppo però la perdita di credibilità del movimento, la loro incapacità di argomentare al di fuori di slogan e ingiurie, e le continue figuracce rimediate da alcuni esponenti sono un'arma a doppio taglio per il fronte del NO.

Alla luce delle considerazioni fatte sopra, si spiega perché gli ultimi sondaggi diano in lieve recupero il SI. Sembra che gli indecisi nelle ultime settimane siano stati convinti più dal duo Renzi-Boschi che dall'intero fronte del NO. Questo fenomeno è facile da spiegarsi: nonostante le argomentazioni che presentino il premier e il ministro siano sempre le stesse, hanno studiato gli avversari e nei dibattiti riescono a tenergli testa. Quelli del NO, che in tv sono quasi sempre Salvini, Brunetta e Di Maio, nei confronti tv si lasciano sempre sorprendere e finiscono solo ad elencare i peccati dell'avversario (vedi Salvini che tirò in ballo il padre della Boschi). 
La differenza in questo momento tra i due fronti referendari è che quelli del SI si sono preparati, quelli del NO improvvisano. Resta comunque lo sconforto nel constatare che un tema così importante, come tutti i temi politici italiani, finisca in una gran caciara e che della riforma pochi conoscano davvero i contenuti, molti voteranno per "tifo" politico, altri per simpatia e antipatia, molti altri non voteranno proprio.

Francesco Abate

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