mercoledì 9 novembre 2016

LA VITTORIA DI TRUMP NON DEVE SORPRENDERCI

Donald Trump è il 45° presidente degli Stati Uniti d'America. Il verdetto ha sorpreso un po' tutti, finanza compresa visto il crollo repentino fatto registrare dai mercati finanziari di tutto il mondo qualche ora fa.
Ormai sono anni che i sondaggi vengono smentiti, inoltre spesso abbiamo visto che si rendono pubblici solo i sondaggi il cui risultato piace e che quindi questi hanno valore molto relativo. Al di là di quelle che erano le attese, è mio parere che la vittoria di Trump non debba assolutamente sorprenderci più di tanto.

La vittoria di Trump va innanzitutto inquadrata nel contesto politico globale. Da quasi un decennio ormai in tutta Europa assistiamo alla nascita e crescita di gruppi estremisti, che nei loro programmi hanno politiche anti-immigrati e un nazionalismo d'altri tempi. Trump non è altro che la versione americana di quello che sta succedendo in Europa, basti vedere come è accolta con favore la sua elezione dalla Le Pen in Francia, da Salvini, Berlusconi e Grillo in Italia, da Putin in Russia. Egli è l'uomo forte che non guarda in faccia a niente e nessuno, che propone soluzioni drastiche e apparentemente semplici, che all'analisi politica sostituisce l'urlo e parla alla pancia della gente, alimentandone e cavalcandone la rabbia. Ha condotto una campagna elettorale diffamatoria nei confronti della Clinton, agli americani ha fatto specie, noi italiani invece siamo abituati visto che è dall'inizio della seconda Repubblica che le nostre campagne elettorali sono solo risse verbali e scambi di accuse. 

Il partito repubblicano a queste elezioni partiva con un grande vantaggio, il malcontento nei confronti dell'amministrazione Obama. Un sondaggio di qualche mese fa indicava che per il 33% degli elettori americani Obama è stato il peggior presidente degli ultimi sessant'anni. Obama dal canto suo va in parte giustificato, ha comunque tentato con l'Obamacare di riformare la sanità americana rendendola più accessibile a tutti, inoltre ha ritirato le truppe dall'Iraq e le sta ritirando dall'Afghanistan. Il problema del presidente uscente è stata l'enfasi prodotta dalla sua elezioni, ha creato infatti grandissime attese che ovviamente sono state deluse. Da lui si ci aspettavano cambiamenti radicali, invece l'ostilità dei parlamentari e le resistenze delle lobbies hanno fortemente depotenziato l'Obamacare. Dal primo presidente di colore ci si aspettava una profonda riforma della finanza, che non è arrivata, e politiche a favore dei più poveri, che se ci sono state hanno prodotto effetti praticamente nulli. Le attese erano tante, ma di concreto è cambiato poco e il divario tra ricchi e poveri è aumentato. A peggiorare il giudizio su Obama è stata anche la sua politica estera, troppo indecisa e incostante, oscillante tra pacifismo e interventismo. Nel corso del suo mandato Obama è riuscito a inimicarsi sia gli interventisti, che lo accusano di essere intervenuto troppo debolmente in Siria e contro l'ISIS, che i pacifisti, che invece avrebbero voluto che in Siria non intervenisse proprio. Al di là di quello che sarà il giudizio storico sul suo operato, Obama è riuscito a farsi odiare un po' da tutti.

Il partito democratico partiva già con l'handicap di un'amministrazione uscente poco gradita, poi candidando la Clinton si è fatto un clamoroso autogol. Purtroppo le primarie americane sono uno show, alla fine vince sempre il candidato con maggior potere mediatico. Nel partito repubblicano Trump ha vinto facilmente le primarie nonostante non fosse voluto dallo staff del partito stesso, in quello democratico invece la Clinton ha faticato contro Sanders. I democratici a quel punto avrebbero dovuto capire cosa stava succedendo nel loro paese, ma sono stati miopi ed hanno contrapposto ad un uomo ricco e potente una donna ricca e potente. Se avessero candidato Sanders invece, avrebbero contrapposto all'uomo della rabbia e delle soluzioni drastiche un politico pragmatico e dalle idee forti, un politico vero. Sanders sarebbe davvero stato un candidato democratico, la Clinton invece ha saputo solo proporsi come soluzione meno sbagliata, non riuscendo a convincere l'elettorato americano.
I democratici americani hanno dimostrato una grande miopia politica affidandosi, nonostante lo svantaggio da cui partivano, ad una persona con tanti scheletri nell'armadio, con un curriculum politico tutt'altro che gratificante (per molti americani ebbe grosse responsabilità sulla strage di Bengasi, quando era Segretario di Stato e non seppe prevedere i chiari segnali che lasciavano presagire la rivolta).

Nella vittoria elettorale di Trump un ruolo decisivo lo hanno di sicuro avuto le lobbies. Molti hanno accusato la Clinton di essere la candidata delle grandi lobbies, in realtà Trump ha conquistato prima i voti della lobby delle armi promettendo "armi come se piovesse", poi quelli della lobby delle assicurazioni sanitarie promettendo la scontata abolizione dell'Obamacare. C'è ovviamente da fare una specificazione: le lobbies riescono ad esercitare con forza le loro pressioni su qualsiasi governo, quindi la Clinton non sarebbe stata libera da influenze, però già la promessa di mantenere l'Obamacare dimostrava un pizzico di indipendenza maggiore rispetto a Trump.

Francesco Abate



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