domenica 3 giugno 2018

LA DOTTRINA SALVINI E LE SUE VITTIME

Il ministro dell'Interno è colui che gestisce le politiche legate alla sicurezza dei cittadini. Un ministro dell'Interno che va in Sicilia, regione che da decenni combatte la dura guerra alla mafia, dovrebbe parlare contro i mafiosi e prendere impegni seri per combatterli. Quando il ministro si chiama Matteo Salvini, non c'è però logica che tenga.
Da giorni ormai Salvini ripete come un mantra la sua dottrina, nella mente ha un pensiero fisso: gli immigrati. In quarantotto ore ha già sparato a zero contro il sindaco di Rodi, padre di un modello di accoglienza abbinata al recupero del territorio che imitano in tutto il mondo, contro i migranti e contro le ONG, che ha definito aiuto-scafisti. La dottrina Salvini è chiara da tempo: l'africano deve crepare a casa sua o comunque lontano dall'Italia. In fondo la sua Lega era al governo quando fu stretto il patto scellerato con Gheddafi, il quale rispediva i migranti a morire nel Sahara in cambio della costruzione nel suo paese di alcune infrastrutture.
La dottrina Salvini, quella che legittima e edulcora il razzismo, inserendolo come valore centrale dell'azione di governo, oggi ha mietuto la prima vittima. Soumalia Sacko, ventinovenne maliano, è stato ucciso mentre aiutava due connazionali a raccogliere delle lamiere per le loro baracche. Qualcuno ha sparato con un fucile, uccidendolo e ferendo gli altri due.
Per ora non si conoscono né il colpevole né le motivazioni del gesto. Secondo le ricostruzioni, i due maliani accompagnati da Sacko sono stati in passato autori di furti nella zona, si pensa quindi a un pazzo improvvisatosi giustiziere. Non si può però negare che i derubati diventino così zelanti e aggressivi solo quando il ladro ha il colore della pelle diverso, quindi si configurerebbe già con molta probabilità un caso di razzismo. Resta comunque il fatto che un pazzo abbia ucciso un onesto lavoratore colpevole solo di aver aiutato degli amici, cosa che purtroppo può succedere quando si decide di farsi giustizia come nei film d'azione americani. Saranno le indagini a chiarire tutto, ma è comunque già chiara la responsabilità morale di Salvini, il quale da anni parla di sparare ai ladri e dipinge i migranti come un male dell'Italia, nutrendo così l'odio nei loro confronti.
Devo dirvi che ho un difetto, sono un malpensante. I dettagli di questo delitto mi portano a immaginare una circostanza ancora più grave del semplice razzismo. A recuperare le lamiere abbandonate c'erano due ladri (così dicono i giornali) e un sindacalista. Mi riesce difficile accettare a priori che sia stato solo il caso a volere che Sacko morisse e gli altri due riportassero ferite lievi. Sacko era un sindacalista da anni attivo nella tutela dei diritti dei braccianti agricoli sfruttati nella piana di Gioia Tauro. Era un maliano che si impegnava affinché gli immigrati come lui non venissero sfruttati come schiavi dai caporali. Era perciò una persona che dava molto fastidio e di sicuro doveva essersi scontrato col sistema mafioso del caporalato, mi riesce perciò difficile dare per scontata la morte accidentale. Forse chi ha sparato voleva eliminare un sindacalista scomodo, non un ladro.
Saranno le indagini della polizia a stabilire se i miei sospetti sono fondati, se è stato un caso di razzismo o solo di omicidio preterintenzionale. Mi aspetto intanto dal ministro dell'Interno delle parole dure contro la xenofobia, contro il caporalato e a sostegno di sindacalisti e braccianti agricoli. Dovrebbe anche smetterla di fomentare l'odio nei confronti di gente che scappa da guerre o miseria, perché gettando benzina sul fuoco potrà soltanto far sviluppare un incendio difficile da domare. Chissà perché, non mi aspetto da lui nulla di tutto questo.

Francesco Abate

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